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Hanno detto che era morto: il ritorno trionfale del trequartista

Dimenticate il fantasista pigro. Il numero 10 moderno è un'arma totale. Scopriamo come De Bruyne, Bellingham e altri hanno reinventato un ruolo che sembrava destinato all'estinzione.

Cover editoriale: Hanno detto che era morto: il ritorno trionfale del trequartista

Per un decennio abbondante, recitare il de profundis per il trequartista è stato uno sport nazionale tra opinionisti e allenatori. Il numero 10, il fantasista classico, era visto come una reliquia di un calcio romantico ma perdente. Un lusso che i sistemi tattici moderni, fondati su pressing asfissiante e transizioni fulminee, non potevano più permettersi. Era l'era del 4-4-2 compatto, del 4-3-3 dinamico, dove ogni giocatore doveva essere un atleta prima che un artista. Lo spazio tra le linee, l'habitat naturale del dieci, era diventato terra bruciata, un deserto tattico pattugliato da mediani aggressivi e difensori attenti alle preventive.

Eppure, come spesso accade nel calcio, le mode sono cicliche e le idee non muoiono mai veramente; si trasformano. Oggi, guardando un campo da calcio, vediamo una nuova generazione di giocatori dominare quello stesso spazio, ma in un modo completamente diverso. Non sono i fantasisti compassati di un tempo, ma armi totali che uniscono visione, tecnica, intelligenza tattica e un motore fisico impressionante. Da Kevin De Bruyne a Jude Bellingham, passando per una schiera di talenti emergenti, il trequartista non solo è sopravvissuto, ma è tornato a essere l'elemento decisivo per scardinare le difese più organizzate. È una rinascita silenziosa, avvenuta non con un ritorno al passato, ma con una spettacolare evoluzione della specie.

Il "de profundis" del fantasista classico

Per capire la rinascita, dobbiamo prima ricordare cosa si dava per estinto. Il trequartista classico era un archetipo ben definito: un giocatore dotato di una tecnica sopraffina, una visione di gioco periferica e la capacità di inventare la giocata decisiva con un passaggio filtrante o un tiro da fuori. Pensa a Juan Román Riquelme, a Roberto Baggio, o all'ultimo Francesco Totti. Erano i direttori d'orchestra, i geni della lampada. Il loro regno era la "trequarti", quella zona di campo ibrida tra il centrocampo avversario e la propria linea d'attacco. Il loro compito era semplice e complesso allo stesso tempo: ricevere palla in quella zolla di terra e creare il caos.

Il problema, per loro, è nato quando il calcio ha subito una forte accelerazione fisica e tattica. L'avvento del pressing organizzato, teorizzato da Arrigo Sacchi e perfezionato da innumerevoli discepoli, ha iniziato a erodere il loro habitat. Le squadre hanno imparato a muoversi come un unico blocco, riducendo drasticamente le distanze tra i reparti. Lo spazio tra le linee, una volta una prateria, si è trasformato in un fazzoletto presidiato. Il trequartista classico, spesso esentato dai compiti di marcatura e ripiegamento, diventava un uomo in meno in fase difensiva. Un lusso, appunto. Quando la tua squadra perde palla, avere un giocatore che "attende" il contropiede è un suicidio tattico contro avversari che ripartono in tre secondi.

Moduli come il 4-4-2 e il 4-3-3 hanno ulteriormente accelerato questo processo. Il primo non prevedeva un ruolo centrale offensivo, costringendo i giocatori creativi a spostarsi sull'esterno. Il secondo, pur essendo più flessibile, affidava la costruzione alle mezzali, giocatori che dovevano saper fare tutto: difendere, inserirsi e costruire. Il trequartista puro non si incastrava bene in nessuno di questi schemi. Era troppo offensivo per fare la mezzala e non abbastanza veloce o fisico per fare l'esterno d'attacco. Sembrava una specie destinata all'estinzione, un bellissimo anacronismo in un gioco sempre più votato alla scienza atletica e alla rigidità posizionale.

L'evoluzione della specie: dal lusso all'arma totale

La natura, però, insegna che le specie non si estinguono se sono in grado di adattarsi. E il trequartista si è adattato in modo straordinario. Ha capito che per sopravvivere e prosperare non poteva più essere solo un artista, ma doveva diventare anche un atleta e uno stratega. Il nuovo numero 10 non si limita più ad aspettare la palla sui piedi nella sua zolla preferita. Se la va a prendere, attacca gli spazi, pressa il portatore di palla avversario e contribuisce a tutte le fasi di gioco. Ha mantenuto la genialità del passato, ma l'ha integrata in un pacchetto di competenze da giocatore totale.

Questa evoluzione ha prodotto profili di giocatori ibridi e letali, difficilissimi da marcare perché non danno punti di riferimento. Non sono più definiti da una posizione fissa, ma dalle funzioni che svolgono in campo. Possono partire da una posizione centrale per poi allargarsi, agire da mezzala con licenza di offendere, o addirittura mascherarsi da falso nove per poi venire a giocare tra le linee. Il loro valore non risiede più solo nel singolo assist geniale, ma nella loro capacità di alterare costantemente l'equilibrio tattico della partita con i loro movimenti.

Kevin De Bruyne: il creatore di spazi

Prendiamo Kevin De Bruyne. Per anni è stato il trequartista del Manchester City di Pep Guardiola, oggi è il riferimento offensivo del Napoli di Antonio Conte. De Bruyne è un sistema offensivo ambulante. Raramente lo si trova fermo al centro della trequarti in attesa del pallone. Il suo vero punto di forza è il movimento perpetuo negli half-spaces, i corridoi intermedi tra il difensore centrale e il terzino avversario, in particolare quello di destra. Da quella posizione, può fare qualsiasi cosa: crossare con una precisione chirurgica, cercare il passaggio filtrante per l'attaccante o convergere per calciare in porta. La sua genialità non è solo nel passaggio finale, ma nel modo in cui crea lo spazio per sé e per i compagni. La sua mappa di calore a fine partita è quella di un centrocampista totale, non di un rifinitore statico. Inoltre, è uno dei primi a iniziare il pressing, dimostrando un'intensità difensiva che sarebbe stata impensabile per un numero 10 di vent'anni fa. È la perfetta sintesi tra creatività e funzionalità.

Jude Bellingham: il centrocampista totale con licenza di uccidere

Se De Bruyne rappresenta l'evoluzione del trequartista come creatore di gioco dinamico, Jude Bellingham ne è la versione finalizzatrice. Nel Real Madrid che Ancelotti aveva costruito intorno a lui, giocava formalmente come vertice alto di un rombo di centrocampo. In realtà, la sua posizione è fluida e quasi indefinibile. Parte da trequartista, ma i suoi movimenti lo portano a diventare un secondo attaccante, un incursore letale che attacca l'area di rigore con i tempi di un centravanti. Bellingham unisce la fisicità di un mediano, la visione di un regista e l'istinto del gol di una punta. Questa sua capacità di essere ovunque e di fare qualsiasi cosa lo rende immarcabile. Le difese avversarie non sanno chi debba prenderlo in consegna: il mediano? Il difensore centrale? Questa indecisione crea voragini che lui e i suoi compagni sfruttano puntualmente. È l'incarnazione del giocatore moderno: tecnicamente eccelso, fisicamente dominante e tatticamente intelligente. È la prova vivente che il numero sulla maglia conta meno delle funzioni che si svolgono in campo.

I nuovi habitat tattici del numero 10

L'evoluzione del giocatore è andata di pari passo con l'evoluzione dei sistemi di gioco. Gli allenatori, capendo il potenziale devastante di questi nuovi trequartisti, hanno costruito moduli che ne esaltano le caratteristiche, trovando nuovi modi per farli rendere al meglio. Il ritorno del trequartista non è un semplice revival, ma una ricalibrazione tattica a livello globale.

Il 4-2-3-1, che sembrava passato di moda, è tornato a essere una soluzione molto efficace. Tuttavia, il "10" in questo modulo ha compiti molto diversi rispetto al passato. Non è più solo il fulcro della manovra offensiva, ma anche il primo disturbatore della costruzione avversaria. Gli viene chiesto di pressare il mediano basso o il regista avversario, costringendolo a un gioco meno pulito. È un ruolo di grande responsabilità sia in fase di possesso che di non possesso.

Un altro sistema che ha favorito il ritorno di questa figura è il 3-4-2-1 (o le sue varianti come il 3-4-3). Questo modulo prevede due giocatori, spesso definiti "sottopunte" o rifinitori, che agiscono alle spalle dell'unico centravanti. Questa disposizione è veleno puro per le difese a quattro, perché i due trequartisti si posizionano negli half-spaces, creando una superiorità numerica costante contro i due difensori centrali avversari e costringendo i terzini a scelte difficili. Squadre come l'Atalanta dell'era Gasperini hanno fatto scuola in questo senso, dimostrando come due giocatori creativi e dinamici in quella zona di campo possano mandare in tilt qualsiasi sistema difensivo.

Infine, abbiamo assistito a un ritorno del rombo a centrocampo (4-4-2 a rombo o 4-3-1-2), come nel caso del Real Madrid di Bellingham. Questo sistema mette il trequartista al centro del progetto tecnico, ma richiede un enorme lavoro da parte delle mezzali e dei terzini per garantire ampiezza e copertura. Il trequartista diventa il terminale offensivo principale, supportato da un centrocampo solido e dinamico. È la dimostrazione che, con i giusti interpreti e il giusto equilibrio, si può ancora costruire una squadra vincente attorno a un numero 10.

Cosa significa questo per il Pro Club?

Questa evoluzione tattica del calcio reale ha implicazioni dirette e profonde anche per la community di Pro Club* su EA Sports FC. Troppo spesso, nei club virtuali, si ragiona ancora con categorie superate. Il ruolo del COC (centrocampista offensivo centrale) viene interpretato nel modo più classico e, oggi, meno efficace: un giocatore fermo tra le linee, che chiede palla sui piedi, non partecipa alla fase difensiva e si aspetta che la squadra giri intorno a lui. Questo approccio, che poteva funzionare anni fa, oggi è un freno allo sviluppo del gioco di un club ambizioso.

I club Pro Club di successo sono quelli che hanno capito e applicato i principi del trequartista moderno. Il loro COC è un giocatore dinamico, che si muove, si scambia di posizione con le ali o le punte, e soprattutto dà un contributo fondamentale in fase di pressing. Non è un passeggero di lusso, ma il primo motore della squadra. Analizzare le proprie partite, magari usando gli strumenti che piattaforme come ElevenBase mettono a disposizione per visualizzare le statistiche e le posizioni medie, può essere illuminante. Si potrebbe scoprire che il proprio numero 10 è troppo statico, o che riceve palla sempre nelle stesse zone prevedibili.

Un consiglio pratico per ogni capitano di club: smettete di pensare al vostro trequartista come a un punto fisso sulla lavagna tattica. Incoraggiatelo a essere imprevedibile. Usate le istruzioni giocatore per dargli libertà di posizione, ma chiedetegli anche di rientrare in difesa. Fate esperimenti in cui si inserisce in area come un attaccante aggiunto o si allarga per creare superiorità numerica sull'esterno. Il moderno COC su Pro Club è colui che rompe gli schemi, non colui che li subisce.

La vera forza di un trequartista virtuale, proprio come nel calcio reale, non sta solo nei suoi valori di passaggio o tiro, ma nella sua intelligenza tattica e nella sua capacità di interpretare i momenti della partita. Un COC che pressa recuperando un pallone alto vale quanto uno che fa un assist. È questo cambio di mentalità che può trasformare un buon club in un club vincente.

Il numero 10, quindi, non è mai morto. Ha solo completato una metamorfosi. Ha abbandonato la polvere di stelle del solista per indossare i panni del leader totale, unendo la magia alla fatica, la visione alla corsa. Da De Bruyne a Bellingham, il calcio moderno ci insegna che il genio non basta più, ma quando si unisce all'applicazione e all'intelligenza tattica, torna a essere l'elemento più decisivo di tutti. Il trono del fantasista era vuoto solo in apparenza; in realtà, stava solo aspettando i suoi nuovi, evoluti e completissimi re.


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